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La caserma Sino all’età di nove anni, ho vissuto dentro una caserma. Infatti, mio padre era capitano d’artiglieria e gli avevano assegnato un’abitazione all’interno della suddetta caserma. Vivevo liberamente all’aria aperta. A due anni, fui in grado di correre tra le aiuole piene di fiori e i viali alberati. I soldati mi proteggevano, stavano attenti a quel frugoletto che si aggirava dappertutto. Imparai ad andare in bicicletta a quattro anni grazie ad un soldato paziente che mi sorreggeva sul sellino di una biciclettina a due ruote. A sei anni, un altro soldato m’insegnò a cavalcare visto che all’interno della caserma, c’erano una scuderia e un campo ostacoli. Naturalmente io stavo seduta sul cavallo mentre il militare teneva le briglie e lo faceva procedere al passo. Imparai così a conoscere e a farmi conoscere da un cavallo bellissimo, tutto bianco e nero. Si chiamava Zurigo ed era uno splendido esemplare. Ricordo che si abbassava sulle zampe per permettermi di salirgli in groppa e ogni volta che mi vedeva, emetteva un lungo nitrito di gioia. Credo d’aver trascorso la più bella infanzia che una bambina possa desiderare. Sempre a sei anni, fui mandata in prima elementare in una scuola vicina alla caserma. Il mattino, m’accompagnava l’attendente di mio padre. Avevo due fratelli più grandi. Essi giocavano a calcio nel campo di pallavolo e non volevano mai farmi partecipare perché ero troppo piccola. Rimanevo sempre a guardare e li seguivo in tutto ciò che facevano, cercando d’imitarli. Quando si sedevano sugli antichi cannoni, anch’io cercavo di arrampicarmi e mi andavo a sedere sul cannone più basso. Naturalmente erano tutti vecchi pezzi d’Artiglieria ormai inutilizzati e inoffensivi. Avevo imparato tutti i motivetti suonati dal trombettiere che scandiva le varie attività della compagnia col suono della sua tromba. Di primo mattino, c’era laSvegliacon una musichetta allegra a scattante. Alle undici, suonava il motivo dell’Adunata, poi verso le dodici c’era la musichetta del Rancio quando tutti i soldati andavano al refettorio a mangiare. Alle cinque del pomeriggio, c’era il suono che avvisava un caporale di portare al comandante i soldati puniti, detti in gergo: “Consegnati”. Poi alle otto di sera, c’era il suono della Ritirata, cioè quando tutti i soldati dovevano tornare in caserma dalla libera uscita. Infine a sera inoltrata, il trombettiere eseguiva un motivo struggente: “ Il silenzio fuori ordinanza”, quando tutti i militari erano ormai nei loro dormitori. Io sapevo canticchiare a orecchio tutti quei motivetti. Durante l’intera giornata, c’era sempre un soldato di guardia davanti al portone principale. Tale militare restava immobile di fianco ad una garitta, che era una specie di piccola cabina di ferro. Anche di notte un soldato doveva vegliare. La severa disciplina della caserma avrebbe dovuto insegnare a quei ragazzi a sopportare, con forza d’animo, la fatica, le privazioni e i sacrifici della vita militare. In Sicilia, le notti estive sono meravigliose e il soldato di guardia poteva sentire tutta la poesia di una notte lunare, quando leggere brezze portano con sé il profumo della zagara, quando un uccello notturno cantava, l’acqua zampillava nella fontana dei pesci rossi; insomma lo scenario era denso di bellezza, ma quei poveri soldati di guardia non pensavano ad altro che alla mamma lontana, alla fidanzata che aspettava e al cibo gustoso della nonna. A proposito di fontana dei pesci rossi, una volta ci caddi dentro per afferrare un pesciolino. Un altro appartamento era destinato all’ufficiale comandante. In nove anni che vissi in quella caserma, si succedettero varie famiglie di ufficiali, i quali, dopo un certo periodo, venivano trasferiti. Ci fu uno di questi che aveva una moglie molto allegra e disinibita. Il marito non si rendeva conto dei suoi facili costumi e viveva tutto dedito al lavoro. A quei tempi avevo otto anni e ricordo molti episodi riguardanti quella signora. Accettava e sollecitava le attenzioni dei giovani e simpatici tenenti e sottotenenti. Dunque a casa sua riceveva spesso le visite dei suddetti. Un giorno a casa della signora si trovavano alcuni giovani ufficiali. Si stavano mettendo d’accordo su chi dovesse restare a tenerle compagnia. C’ero pure io perché ero andata a trovare la figlioletta della signora. Arrivò improvvisamente il marito e quando vide quell’invasione, si rivolse alla moglie dicendo: - Cara! - Si caro?- rispose lei. - Mi sbaglio o questa casa pare la succursale della caserma? - Sì caro. - E che ci fanno qui questi signori? - Stavo offrendo loro un tè, caro. - Un tè? - Si caro. - Un tè? - Sì caro. - Forse preferirebbero un caffè. - Sì caro. - E non possono andare a prenderlo al bar del Circolo degli Ufficiali? Se proprio ci tieni, offro io per tutti. - Sì caro. - Bene, allora vadano e facciano segnare sul mio conto. E gli ufficiali uscirono con gran premura. Quando avevo cinque anni, ricordo che in caserma c’era un soldato che sapeva andare sui pattini a rotelle in modo magistrale. Era campione nazionale della categoria giovanile. Però un giorno fu punito per aver cercato di toccarmi. Stava facendo esercizi sui pattini e ricordo che mi aveva preso in braccio con la scusa di farmi volteggiare. Io scalciavo come una pazza perché non volevo essere palpeggiata. Da lontano, un maresciallo si accorse delle sue losche manovre e lo bloccò gridando. Il soldato rimase vari giorni nella cella di rigore. Da quel giorno mia madre mi fece portare sempre i pantaloncini lunghi. Facevo amicizia con i figli e le figlie degli altri ufficiali e quando se ne andavano, provavo un gran dispiacere perché nel frattempo mi ero affezionata. Uno di questi si chiamava Tonino, aveva otto anni ed era un bambino bellissimo. Io ne avevo sette ed eravamo amici inseparabili. Mi raccontava i suoi segreti e faceva tutto quello che gli chiedevo. Una volta, per suscitare il mio apprezzamento, si depilò tutte le sopracciglia e venne a farsi vedere da me. Io restai basita poiché era davvero brutto e inguardabile, ma per non dargli un dispiacere dissi che era meraviglioso. Quando mio padre comprò un appartamento in città, lasciammo la caserma e credo che essere sradicata da quei meravigliosi luoghi della mia infanzia, fu il primo vero grande dolore della mia vita. |